Le strade raccontano Colli Aniene

Via Virgilio Melandri: la storia dell’uomo che sognò una casa vera per tutti

Dietro il nome di Virgilio Melandri si nasconde una storia di cooperazione, diritto alla casa e trasformazioni urbane che hanno contribuito alla nascita di Colli Aniene. Un viaggio nella memoria del quartiere attraverso la figura di uno dei protagonisti della sua storia.

“Le strade raccontano Colli Aniene” è un progetto che usa i nomi delle vie come punto di partenza per raccontare la storia, le idee, le persone e le trasformazioni che hanno contribuito a costruire il quartiere che conosciamo oggi.

Dietro ogni targa stradale si nasconde una vicenda che merita di essere riscoperta. Alcune raccontano la politica, altre il mondo della cooperazione, altre ancora parlano di urbanistica, lavoro e cambiamenti sociali che hanno lasciato un segno nel territorio.

Chi era Virgilio Melandri

Ogni giorno centinaia di persone percorrono Via Virgilio Melandri senza fermarsi a leggere il nome riportato sulla targa stradale. È una via come tante, immersa nella quotidianità di Colli Aniene.

Eppure dietro quel nome si nasconde una storia che parla di case, di dignità, di partecipazione e di un sogno collettivo che ha contribuito a dare forma al quartiere che conosciamo oggi.

Per capire chi fosse davvero Virgilio Melandri bisogna fare un passo indietro, in una Roma molto diversa da quella attuale. Una città uscita dalla guerra, segnata dalla povertà e da una drammatica emergenza abitativa. Migliaia di famiglie vivevano in baracche, scantinati, grotte o costruzioni di fortuna.

Per molti, avere una casa vera non era un diritto acquisito ma una speranza. È in questo contesto che prende forma la storia di un uomo che dedicò gran parte della propria vita a trasformare quella speranza in realtà. Una storia che non riguarda soltanto una persona, ma un'intera idea di città e di comunità.

Targa stradale di Via Virgilio Melandri nel quartiere Colli Aniene a Roma

Quando a Roma mancavano le case

Nel dopoguerra Roma si trovò ad affrontare una delle più gravi emergenze sociali della sua storia. Migliaia di persone arrivavano nella capitale in cerca di lavoro o dopo aver perso tutto a causa della guerra. Molte famiglie vivevano sotto gli archi degli acquedotti, in borghetti improvvisati o in alloggi privi delle condizioni minime di abitabilità.

Le statistiche dell'epoca raccontano una situazione difficile da immaginare oggi: decine di migliaia di persone erano costrette a vivere in baracche, soffitte, magazzini e locali di fortuna. Il problema della casa non era soltanto una questione urbanistica. Era una questione di dignità.

Fu proprio in quegli anni che nacquero movimenti, associazioni e comitati popolari impegnati a trovare una risposta concreta a questa emergenza. Roma cresceva rapidamente.

Migliaia di famiglie arrivavano ogni anno nella capitale attratte dalle opportunità di lavoro offerte dall'industria, dall'edilizia e dal settore pubblico. La popolazione aumentava, ma le abitazioni non bastavano. Quando le case mancano, però, il bisogno di abitare non scompare.

Per molte famiglie l'unica soluzione diventò costruire dove era possibile, spesso ai margini della città e senza una vera pianificazione urbanistica. Nacquero così interi insediamenti privi di servizi essenziali, scuole, trasporti adeguati, aree verdi e infrastrutture.

L'abusivismo edilizio divenne uno dei problemi più complessi della Roma del secondo dopoguerra e contribuì a modellare molte delle periferie che ancora oggi conosciamo. Fu proprio per contrastare questa crescita disordinata che nel 1962 venne approvata la Legge 167 edilizia Economica e Popolare (Peep).

L'obiettivo era ambizioso: non limitarsi a costruire nuove abitazioni, ma progettare quartieri completi prima che il bisogno di case producesse altro sviluppo incontrollato. Per la prima volta i comuni potevano individuare aree destinate all'edilizia economica e popolare pianificando contemporaneamente strade, scuole, servizi pubblici, spazi verdi e collegamenti.

La successiva Legge 865 del 1971 nota come la Legge sulla Casa rafforzò ulteriormente questo modello introducendo l'istituto del Diritto di Superficie. Un meccanismo che avrebbe influenzato per decenni la vita di migliaia di famiglie italiane.

Ma questa è un'altra storia, e merita di essere raccontata a parte.

Era esattamente il terreno sul quale i politici ed i pensatori dell'epoca lavoravano da anni. Tra le figure che si distinsero maggiormente emerse proprio quella di Virgilio Melandri, un uomo che avrebbe legato il proprio nome a una delle più importanti esperienze cooperative della Roma del Novecento.

Come era Roma negli anni '50

Prima di proseguire, vale la pena osservare alcune immagini della Roma degli anni Cinquanta. Le fotografie e i filmati dell'epoca aiutano a comprendere meglio il contesto in cui maturò l'impegno di Virgilio Melandri e di tanti uomini e donne che si batterono per il diritto alla casa.

Una città in rapida crescita, segnata da profonde disuguaglianze e da una drammatica emergenza abitativa che coinvolgeva migliaia di famiglie. Guardare questi luoghi oggi significa comprendere perché la costruzione di quartieri come Colli Aniene rappresentò, per molti romani, molto più della semplice assegnazione di una casa.

Virgilio Melandri, l'urbanista dei poveri

Virgilio Melandri nacque nel 1913 a Ostia Antica, in una famiglia che conosceva bene il valore della cooperazione. I suoi antenati avevano partecipato alle prime esperienze cooperative nate in Romagna e si erano trasferiti nel Lazio per contribuire alla bonifica delle terre del Delta del Tevere.

Era una storia fatta di lavoro collettivo, solidarietà e partecipazione, valori che avrebbero accompagnato Melandri per tutta la vita. La sua giovinezza fu segnata anche dalla violenza politica. Il padre venne ucciso in un'aggressione fascista, un evento che contribuì a formare il suo carattere e il suo impegno civile.

Un medico prestato alla politica, si laureò a Roma nel 1931 in Medicina e Chirurgia specializzandosi in Ostetricia e Ginecologia e svolse la professione medica per un lungo periodo nella zona di Tor Pignattara.

Fu lì che, probabilmente, si scontrò con il mondo che stava crescendo. Nel dopoguerra Melandri si avvicinò alle organizzazioni popolari che cercavano di dare una risposta concreta ai problemi delle periferie romane.

Non era un teorico chiuso in un ufficio. Amava confrontarsi con le persone, ascoltare i problemi quotidiani di chi viveva nelle borgate e cercare soluzioni pratiche.

Fu proprio per questa capacità di dialogare con la gente che si guadagnò un soprannome destinato a rimanere nella memoria di molti: l'urbanista dei poveri. Non era un urbanista nel senso tradizionale del termine. Non progettava edifici o quartieri.

Cercava di immaginare un modo diverso di costruire la città, partendo dai bisogni delle persone che rischiavano di restarne escluse. In anni in cui avere una casa significava spesso affrontare sacrifici enormi, Melandri comprese che il problema non poteva essere risolto da una singola famiglia alla volta.

Serviva una risposta collettiva. Serviva un'organizzazione capace di trasformare un bisogno individuale in un progetto comune. Questa intuizione avrebbe cambiato la vita di migliaia di persone.

Dalle lotte per la casa alla nascita di Colli Aniene

Per comprendere il ruolo di Virgilio Melandri bisogna immaginare la Roma degli anni Cinquanta.

Le ferite della guerra erano ancora visibili e l'emergenza abitativa continuava a colpire decine di migliaia di famiglie. In quegli anni nacquero movimenti, consulte popolari e associazioni che chiedevano non assistenza, ma diritti. Tra questi, il diritto ad avere una casa dignitosa.

Melandri lavorò accanto ad altre figure importanti della Roma del dopoguerra, come Nino Franchellucci, contribuendo alla costruzione di una rete di organizzazioni impegnate sul fronte dell'abitare.

Da quelle esperienze nasceranno iniziative sempre più strutturate, fino alla fondazione dell'Associazione Italiana Casa, l'AIC. L'idea era semplice quanto rivoluzionaria: unire le persone, organizzarle in cooperative e permettere loro di diventare protagoniste del proprio futuro abitativo.

Oggi può sembrare normale parlare di quartieri pianificati, servizi, aree verdi e spazi comuni. All'epoca non lo era affatto. Per migliaia di famiglie rappresentava una conquista.

Quando all'inizio degli anni Settanta si iniziò a progettare quello che sarebbe diventato Colli Aniene, quell'esperienza maturata in anni di lotte trovò finalmente un terreno concreto su cui realizzarsi.

Non si trattava semplicemente di costruire palazzi. Si trattava di costruire una comunità.

Il sogno che non vide completato

All'inizio degli anni Settanta, dopo oltre vent'anni di battaglie per il diritto alla casa, il progetto che Virgilio Melandri aveva inseguito per una vita stava finalmente prendendo forma.

Grazie all'esperienza maturata dall'Associazione Italiana Casa e dalle cooperative che negli anni avevano coinvolto migliaia di famiglie, si stavano creando le condizioni per realizzare un nuovo quartiere nella periferia est di Roma.

Un quartiere pensato non soltanto come un insieme di edifici, ma come un luogo in cui costruire relazioni, servizi, spazi comuni e opportunità per le persone. Per trasformare quell'idea in realtà servivano competenze, organizzazione e risorse.

Fu così che Melandri avviò una serie di contatti con alcune importanti cooperative di produzione e lavoro dell'Emilia-Romagna, una regione che rappresentava una delle espressioni più avanzate del movimento cooperativo italiano.

L'idea che stava alla base di Colli Aniene non nasceva infatti nel vuoto. Trovava ispirazione in esperienze già consolidate, dove la cooperazione aveva dimostrato di poter trasformare bisogni collettivi in progetti concreti.

Tra le realtà che avrebbero contribuito alla costruzione del quartiere vi fu anche la CMB – Cooperativa Muratori e Braccianti di Carpi, una delle più importanti cooperative di costruzione italiane.

Furono proprio competenze, organizzazione e forza lavoro provenienti da quel mondo cooperativo a rendere possibile la realizzazione di una parte significativa del nuovo quartiere.

Nel giugno del 1971 Melandri si recò a Ravenna e a Carpi per definire gli accordi necessari a questa collaborazione e consolidare i rapporti con le cooperative emiliane che avrebbero partecipato al progetto. Era un momento decisivo.

Dopo anni trascorsi ad ascoltare le esigenze delle famiglie, a organizzare cooperative e a cercare soluzioni per chi una casa non l'aveva mai avuta, il progetto di quello che sarebbe diventato Colli Aniene stava entrando nella sua fase più concreta.

Ma Melandri non avrebbe mai visto completata l'opera alla quale aveva dedicato gran parte della propria esistenza. Il 16 giugno 1971 morì durante il viaggio di ritorno da quella missione in Emilia. Aveva cinquantotto anni.

La notizia colpì profondamente il mondo cooperativo e tutte le persone che avevano condiviso con lui anni di impegno civile e sociale.

Colli Aniene sarebbe nato ugualmente. I cantieri sarebbero partiti. Le cooperative avrebbero costruito migliaia di abitazioni. Le famiglie avrebbero finalmente ottenuto quella casa che per molti anni era sembrata soltanto un sogno.

Ma il suo fondatore non avrebbe visto il risultato finale. Forse è anche per questo che una delle strade del quartiere porta oggi il suo nome. Non come semplice omaggio a una persona, ma come memoria di una visione che è riuscita a sopravvivere al suo ideatore.

Cosa resta oggi di quella visione

A più di cinquant'anni dalla morte di Virgilio Melandri, la domanda più interessante non è quante case siano state costruite né quanti abitanti vivano oggi a Colli Aniene. La domanda è un'altra. Che cosa resta dell'idea che ha contribuito a far nascere questo quartiere?

Chi arriva oggi a Colli Aniene per la prima volta nota subito alcuni elementi che lo distinguono da molte altre zone della periferia romana.

I grandi spazi verdi, i viali ampi, la presenza di servizi, le aree dedicate all'incontro e alla socialità raccontano una concezione urbanistica che non si limitava a costruire edifici, ma cercava di immaginare una qualità della vita diversa.

Naturalmente il tempo ha cambiato molte cose. Le generazioni che hanno vissuto direttamente la nascita del quartiere stanno lasciando il posto a nuovi residenti. Le esigenze delle famiglie sono cambiate. Anche il modo di vivere gli spazi comuni è diverso rispetto agli anni Settanta e Ottanta.

Eppure, esiste ancora un forte senso di appartenenza che sorprende chi osserva il quartiere dall'esterno. Molti degli abitanti arrivati qui attraverso le cooperative ricordano ancora oggi le difficoltà affrontate per ottenere la propria casa.

Sacrifici economici, anni di attesa, riunioni, assemblee e un percorso condiviso che ha creato legami profondi tra persone che spesso non si conoscevano prima. Forse è anche per questo che Colli Aniene continua a essere percepito da molti residenti non soltanto come un luogo in cui abitare, ma come una comunità.

Forse uno degli esempi più significativi dello spirito che accompagnò la nascita di Colli Aniene è rappresentato dalla vicenda della cooperativa Nuovo Auspicio. Negli stessi anni in cui il quartiere prendeva forma, centinaia di famiglie si trovarono a fare i conti con il fallimento della cooperativa originaria alla quale avevano affidato i risparmi di una vita.

Quella che avrebbe potuto trasformarsi nella fine di un sogno divenne invece una straordinaria esperienza di partecipazione e responsabilità condivisa. Gli stessi soci decisero di riorganizzarsi, assumere direttamente la guida del progetto e completare la costruzione delle proprie abitazioni. In pochi mesi riuscirono a portare a termine ciò che sembrava ormai impossibile.

È una vicenda che racconta meglio di molte parole quale fosse il senso della cooperazione in quegli anni: non soltanto costruire case, ma costruire una comunità capace di reagire alle difficoltà facendo affidamento sulle proprie forze.

E’ tutto molto ben raccontato nel Libro “Nuovo Auspicio – Storia di una cooperativa autogestita” a cura di Andrea Vecchia, con la partecipazione dell'allora Presidente Giuliano Ligabue edito da ECedizioni. Libro ormai introvabile ma, per chi volesse, disponibile per la consultazione nel mio ufficio.

Ma questa è un'altra storia, e merita di essere raccontata a parte.

Le iniziative culturali, le associazioni di quartiere, i progetti intergenerazionali e le attività sociali che ancora oggi animano il territorio rappresentano, in forme diverse, l'eredità più concreta di quella stagione.

Non tutto è rimasto uguale. Nessun quartiere può sottrarsi ai cambiamenti del tempo.

Ma l'idea che la casa non sia soltanto un bene materiale e che la qualità della vita dipenda anche dalle relazioni tra le persone sembra essere sopravvissuta alla trasformazione della città.

Una domanda ancora aperta

Se negli anni del dopoguerra il problema era rappresentato dalle baracche, dalle grotte e dalle abitazioni di fortuna, oggi l'emergenza abitativa si presenta con forme diverse.

Affitti sempre più elevati, difficoltà di accesso al credito, giovani costretti a rimandare l'uscita dalla famiglia di origine e una crescente domanda di edilizia accessibile riportano al centro un tema che sembrava appartenere al passato.

Le condizioni sono cambiate, ma la domanda di fondo è rimasta sorprendentemente attuale. Come garantire a tutti una casa dignitosa?

È la stessa domanda che spinse uomini come Virgilio Melandri a organizzare cooperative, mobilitare cittadini e immaginare nuovi quartieri. Forse le risposte di oggi non possono essere le stesse di allora.

Ma il problema, a distanza di decenni, continua a interrogare la società italiana.

Vivere oggi questa parte di Colli Aniene

Via Virgilio Melandri rappresenta in qualche modo il centro storico di Colli Aniene. Gli edifici che la caratterizzano appartengono infatti alla prima fase di costruzione del quartiere e conservano ancora oggi molte delle idee urbanistiche e architettoniche che accompagnarono la sua nascita.

Negli anni ho avuto modo di vedere tantissime case in Via Virgilio Melandri ed ho potuto comprendere come questi immobili fossero pensati e costruiti per soddisfare le esigenze delle famiglie italiane degli anni Settanta.

Saloni ampi, camere spaziose, cucine separate e spesso doppi servizi raccontano un'epoca in cui la casa era immaginata come il luogo in cui accogliere figli, parenti e amici.

Molte delle famiglie che arrivarono a Colli Aniene provenivano dall'Abruzzo e da altre zone dell'Italia centrale, attratte dalla possibilità di acquistare una casa moderna e ben collegata alla città grazie alla vicina Autostrada dei Parchi.

Anche alcuni dettagli oggi considerati superati erano allora simboli di progresso. Il riscaldamento centralizzato, ad esempio, rappresentava una soluzione moderna ed efficiente, capace di garantire comfort abitativo a costi accessibili per le famiglie.

Passeggiando da Via Battista Bardanzellu costeggiando i giardini e i negozi storici del quartiere come il Forno “La Magia dei Sapori”, “Mr Ferramenta” e la recente “Macelleria Abbruzzese” si incontrano però anche tracce di un'altra ambizione.

I primi edifici furono progettati con l'idea di integrare abitazioni, servizi e attività commerciali in un unico sistema urbano. Un concetto che richiama, pur nelle dovute proporzioni, alcune delle intuizioni sperimentate da Le Corbusier nella celebre Unité d'Habitation.

L'idea era semplice quanto rivoluzionaria: consentire agli abitanti di trovare negozi e servizi senza allontanarsi dal proprio complesso residenziale. Una città nella città.

Non tutte le intuizioni, però, resistono alla prova del tempo. Oggi alcuni di quegli spazi testimoniano un progetto che non si è mai sviluppato completamente come immaginato dai suoi ideatori.

Le serrande abbassate di parte delle gallerie commerciali raccontano anche questo: la storia di un quartiere che, come ogni organismo vivo, ha visto alcune idee prosperare e altre trasformarsi.

Eppure, al di là delle trasformazioni urbanistiche e commerciali, ciò che continua a colpire è la qualità complessiva dell'abitare. Gli spazi aperti, il verde, la distanza tra gli edifici e la presenza di servizi continuano ancora oggi a rappresentare una delle caratteristiche più apprezzate di questa parte del quartiere.

Forse è proprio qui che si può misurare l'eredità più concreta lasciata da Virgilio Melandri e da coloro che contribuirono alla nascita di Colli Aniene.

Non soltanto nei palazzi costruiti, ma nell'idea che una casa debba essere inserita in una comunità e in un contesto urbano capace di migliorare la qualità della vita delle persone.

Vista attuale di Via Virgilio Melandri nel quartiere Colli Aniene a Roma
Via Virgilio Melandri vista oggi

Fonti e approfondimenti

Questo articolo è il risultato di un lavoro di ricerca condotto attraverso documenti originali, fonti archivistiche, testimonianze e materiali dedicati alla storia di Colli Aniene e del movimento cooperativo romano.

Documenti originali

Per consentire a chiunque di approfondire autonomamente i temi trattati, alcuni dei documenti utilizzati per la ricerca sono resi disponibili in consultazione.

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